Post in evidenza

MOSTRA “TEMI AD ARTE”

L’arte è il linguaggio universale, con il potere di poter unire culture distanti anni luce.

E grazie alla mostra “Temi ad arte“, inauguratasi sabato 26 ottobre a Codogno (LO), ne ho avuto la conferma.

Un’esposizione organizzata e promossa dal gruppo artistico Artisane Associazione Culturale, che ha raccolto sotto il tetto del Vecchio Ospedale “Soave” le opere di 20 autori, tra cui membri ufficiali dell’associazione, come Valentino Ciusani, curatore dell’evento.

Vecchio Ospedale “Soave” (ph. Artisane Associazione Culturale)

Tra gli ospiti erano presenti gli allievi della scuola di disegno Artisane, come Daniele Ravizza, con le sue sculture “da un altro punto di vista”; Davide Prudenza, pittore di arte concettuale. Non potevano mancare i disegni degli alunni più giovani, ma non per questo meno dotati.

Ma la vera novità l’abbiamo portata noi: con i suo pieno consenso, abbiamo esposto alcuni tessuti Batik dell’artista Yapaud Patrick, pittore, scultore e insegnate presso le Centre des Arts Appliqués di Bingerville (Costa d’Avorio). Insieme ai colorati teli, sono stati appesi tra tessuti Senoufo: due toiles de Korhogo, completamente tessute a mano, e un largo Bogolan, che esposto sul fondo della sala, era di grande impatto.

Tessuto Bogolan (ph. Associazione Culturale Mosaik)

Il tema centrale dell’evento era proprio il tema: ogni artista presentava un opera secondo un soggetto a lui particolarmente caro. Noi, con i nostri tessuti, abbiamo voluto portare un pezzo di Costa d’Avorio. Ovviamente, la cultura ivoriana è molto più vasta e complessa, ma con le opere di Yapaud siamo riusciti a creare un piccolo ponte tra Bingerville, Korhogo e Codogno.

I tessuti sono stati accolti con interesse e curiosità e, nel complesso, la mostra è iniziata alla grande.

Associazione Mosaik e Artisane collaboreranno presto ad un altro progetto, dove l’arte e l’integrazione faranno da padrone. Nel frattempo la mostra è ancora visitabile sabato 2 e domenica 3 novembre, nei seguenti orari: 10-12:30; 16:00-19:00.


ECCO ALCUNI SCATTI DALLA MOSTRA:

ARTE BATIK: ORIGINE E STORIA

Gli studi archeologici e i testi antichi dimostrano l’esistenza del batik, una tecnica tessile che associa cera e colori.

L’origine del batik risale alla notte dei tempi, quando l’uomo ha osservato gli effetti che gli agenti atmosferici decoloravano su oggetti naturali .
Così, gli uomini hanno cercato diversi modi per tingere questi oggetti, i tessuti in particolare.
Oggi il batik non è un prodotto nuovo, anche se abbonda negli angoli dei nostri mercati. Certo, alcune imprese industriali hanno modernizzato il batik, ma la sua meccanizzazione esisteva ben prima del XIX secolo.


Un breve percorso, attraverso i continenti, ci permetterà di scoprire l’origine del batik.

In Asia:

Secondo studi documentati, il batik sarebbe nato in Asia dai popoli malesi e indonesiani. Essi decoravano i loro tessuti con la cera e con i colori naturali provenienti dalle piante (corteccia di granatiere), dai molluschi marini e dagli insetti.

Con motivi tipici della loro cultura, l’Asia ha conservato preziosamente questa tecnica di produzione tessile, che la rende un focolaio imprescindibile nella storia della fabbricazione del batik.

In Europa:

L’Europa è caratterizzata dall’importanza delle tinture e dei numerosi coloranti che possiede. È innanzitutto l’Italia che trae profitto dalle conquiste fenicie, cretesi ed egiziane, grazie alle colonie greche installate sulle coste italiane nell’VIII secolo. In tal modo, il commercio favorì l’ingresso sul mercato europeo dei prodotti di fabbricazione del batik.

Nel 1835, imprese olandesi iniziarono a imitare i batik e a cercare di venderli. Questo commercio è progredito rapidamente grazie ai britannici che praticavano il libero scambio con l’India.
La Svizzera si è unita all’Olanda nella produzione di massa del batik. Così, hanno fatto imitazioni di batik di medie qualità. Il commercio europeo è quindi continuato fino all’inizio del XX secolo e le imprese hanno migliorato l’imitazione dei veri batik.
L’interesse per le arti e gli artigiani in Europa rende il batik una tecnica preferita da artisti professionisti e dilettanti in Olanda, Germania e Austria.

In America

Sono stati rinvenuti dei tessuti sulle coste pacifiche dell’America, migliaia di anni a.C. Presentano motivi geometrici ottenuti per l’impregnazione di polveri colorate.

In America precolombiana, i Maya, gli Inca erano molto bravi nei processi di tintura. Furono gli olandesi che importarono il batik negli Stati Uniti.

In Africa

Frammenti di tessuto sono stati trovati durante scavi in Egitto. Lo storico greco Erodoto (484-425 aC. C.) e lo scrittore antico Plinio (70 d.C.) confermano anch’essi l’esistenza di questi tessuti in Egitto.

Duemila anni prima della nostra era, gli egiziani, che sapevano lavorare il lino, erano maestri nella tintura. Erano i primi ad utilizzare i pigmenti. L’ocra e il nero di fumo servivano loro a preparare gli inchiostri dei papiri.

La diffusione del batik in tutto il continente sarebbe dovuta all’Africa occidentale.

I Soninkés del Senegal dominavano già, all’inizio del XX secolo, l’arte della pittura su riserva (a cera). Essi hanno riversato le loro tecniche (know-how) sulle coste occidentali africane, in seguito alla conquista degli Almoravidi, che li dispersero in tutto il continente africano.

La tecnica si estenderà in seguito alla Sierra Leone, alle due guinee (Conakry, Bissau), al Mali e alla Costa d’Avorio.

Questo percorso conferma che il batik è e rimane un’attività umana.

Come ogni attività, presenta varie produzioni che generano reddito a qualsiasi persona o gruppo di persone che lo praticano. Così, per interessi di ordine sociale, professionale ed economico, uomini e donne si costituiscono in associazioni (ONG, cooperative…) per creare unità di produzione batik al fine di migliorare le loro condizioni di vita.

Queste diverse unità di produzione operano in modo artigianale nelle nostre diverse località. In Costa d’Avorio abbiamo: Adjamé Kaolin AttecoWilliamsville – il villaggio Ki-yi M’bock – la città di Grand-Bassam, insieme ad molte altre.

YAPO Yapo Patrick (YAPAUD)

Artiste plasticien-Installateur Enseignant de couleur et de techniques associées au textile au Centre Technique des Arts Appliqués (CTAA) de Bingerville-Cote d’Ivoire

Alcuni scatti tratti della mostra di Yapo Patrick

Dentro La Musica: Gli Artisti Che Hanno Fatto La Storia Dell’Africa

Non è un segreto che la musica sia parte integrante della cultura africana. Per generazioni, le canzoni dei più grandi artisti hanno lasciato un segno indelebile. Diamo un’occhiata ad alcune di queste leggende.

§ Miriam Makeba (Johannesburg, 1932 – Castel Volturno, 2008)

Comunemente nota anche come Mama Afrika, Miriam Makeba è stata un’icona della musica e un’attivista sudafricana.

Nata a Johannesburg da una madre swazi e un padre di etnia xhosa, Makeba cominciò a cantare professionalmente a vent’anni. La sua passione per la musica univa il jazz e il soul alla musica tradizionale sudafricana.

Tra i suoi brani più famosi compaiono Malaika, The Click Song e la hit Pata Pata.

Tuttavia, Mama Afrika non si guadagnò l’appellativo solo per la sua musica, bensì per il suo impegno nell’attivismo dell’epoca.

Miriam Makeba si batteva contro l’apartheid e contro tutte le discriminazioni che subivano i neri sudafricani. A causa dei suoi interventi, in particolare della testimonianza alle Nazioni unite del 1963, i suoi dischi furono banditi e la cantante fu esiliata dal suo stesso paese.

Solo nel 1990, Nelson Mandela riuscì a convincerla a rientrare in Sudafrica.

Morì in Italia il 9 novembre 2008, dopo essersi esibita in un concerto contro la Camorra.

§ Alpha Blondy (Dimbokro, 1953 – presente)

Alpha Blondy, nome d’arte di Seydou Koné, è il più grande artista reggae della Costa d’Avorio. Infatti, le sue canzoni appartengono al genere Roots-Reaggae, con influenze di ritmi africani e caraibici.

Il suo inconfondibile stile (in particolare i suoi iconici dreadlocks) sono tipici dell’influenza che il reggae e la cultura giamaicana hanno esercitato sulla sua musica.

Primogenito di otto fratelli, Alpha Blondy nasce Dimbokro. Viene educato da sua nonna e, come lui stesso ha detto, cresce “in mezzo agli anziani”.

Canta i francese, in dioula (uno dei tanti dialetti ivoriani) e in inglese. Per migliorare quest’ultima lingua, è stato a New York e in particolare si iscrisse all’American Language Program della Columbia University.

Anche se originario della Costa d’Avorio, Alpha Blondy è un artista internazionali. La sua musica ha raggiunto ogni continente con brani come Jerusalem, I Wish You Were Here e Masada.

Le sue canzoni trattano spesso temi che riflettono le sue opinioni: Abortion Is A Crime (l’aborto è un crime) ne è un esempio; God Is One esprime la sua visione della fede, influenzata dall’insegnamenti della nonna musulmana.

Alpha Blondy è, inoltre, ambasciatore all’ONU per la pace in Costa d’Avorio.

§ Youssou N’dour (Dakar, 1959 – presente)

Nel 2004 la rivista Rolling Stone lo definì il cantante più famoso di tutto il Senegal. Infatti, non a caso Youssou N’dour è anche detto “la voce del Senegal”.

Naque a Dakar da una madre Wolof e un padre Serer, e la sua carriera musicale decollò già a 12 anni. Inizialmente faceva parte della band Etoile de Dakar, fondata da lui stesso, ma in seguito si dinstinse per il suo genere unico e originale.

La sua musica è un mix di ritmi tradizionali senegalesi, rumba cubana, jazz, hip hop e soul. Il suo talento lo portò a collaborare con artisti di fama mondiale come Peter Gabriel, Sting, Bruce Springsteen.

Fece un featuring anche con la cantante svedese Neneh Cherry per il singolo “7 Seconds” nel 1994.

Nel 2005 vinse anche il suo primo American Grammy Award per il miglior album di musica world contemporanea con il CD Egypt.

Youssou N’dour è anche un uomo politico e un dedito attivista. Ad esempio, nel 1985 organizzò un concerto per la liberazione di Nelson Madela; comparve in una campagna pubblicitaria Spagna-Senegal per affrontare il tema dell’immigrazione illegale. Inoltre, nel 2009 compose “Wake Up! (It’s Africa Calling)” in collaborazione con Nas, Peter Buch dei R.E.M e Ducan Sheik per sostenere una campagna della salute per l’Africa.

§ Fela Kuti (Abeokuta, 1938 – Lagos, 1957)

Nato Olufela Olusegun Oludotun Ransome-Kuti questo cantante è una (se non la) leggenda della musica nigeriana.

Naque in una famiglia agiata: il padre fu il primo presidente dell’Assemblea degli insegnanti, mentre la madre fu un’attivista femminista e la prima donna nigeriana ad avere la patente di guida.

Studiò in Inghilterra, dove si diplomò al Trinity College of Music con la tromba.

La musica era essenziale nella vita di Kuti. Si distinse in particolare per un genere musicale che univa il jazz, il funk, i ritmi tradizionali della musica afro-occidentale e il rock psichedelico. Questo genere prese il nome di Afrobeat.

Le sue canzoni lo portarono alla fama molto presto (facilitata dal fatto che cantasse in inglese), ma lo resero inviso agli occhi di molte autorità nigeriane. Infatti, i brani di Kuti trattavano spesso di temi come la corruzione del governo e delle difficoltà socio-economiche del paese. Inoltre, criticava molto le forze dell’ordine, come si nota nella canzone Zombie.

Anche l’influenza del Black Panther Party negli Stati Uniti condizionò molto le sue idee politiche. Fela Kuti si batteva per i diritti degli africani e, nonostante sostenesse la poligamia, si espresse su molte condizioni sessiste subite dalle donne.

Fela Kuti, o The Black President, per il suo carattere rivoluzionario, passò alla storia come uno degli artisti africani più influenti del XX secolo.

Si spense a Lagos nel 1957 e si sospetta che la morte prematura fosse dovuta all’AIDS. Al funerale parteciparono milioni di persone.

.

Queste sono solo alcune delle figure leggendarie che segnarono la storia della musica africana. Sono gli artisti di cui si innamorarono i nostri genitori.

E voi quante altre leggende della musica africana conoscete? Qualcuno dal Mali forse, come Salif Keita, o dal Kenya, o ancora, dal Nord dell’Africa?

Che aspettate? Scrivete qui nei commenti!

With love, Stefanie

#musica #africa #Storia #senegal #nigeria #sudafrica #costad39avorio

La sposa degli dèi – Kossi Komla-Ebri

Nessuno avrebbe pensato che Kossivi, figlio di Mambono, nipote dell’hunò Briyawo, sarebbe finito così, come un’ombra silenziosa, lugubre, errante preda e bersaglio degli impietosi giochi dei fanciuli di Dugà.
Le malelingue dicono che è una vittima dei vodù di suo zio, l’hunò Briyawo. Altri sostengono che ha voluto vedere oltre la notte.

Quanto fascino hanno queste parole? Il loro suono ci porta con la fantasia in un piccolo villaggio del Togo, Dugà, nell’Africa degli antichi riti.
La trama è al quanto semplice.
Il protagonista, Kossivi, è un giovane ribelle posseduto dallo spirito dell’Adédjé in piena. Kossivi è il nipote dell’hunò Briyawo, il sacerdote più potente e famoso del villaggio. Guarisce gli infermi, puo’ far concepire le sterili: insomma, compie veri e propri miracoli.
Ma da dove arrivano tutti questi poteri? La risposta è Amavi, la bellissima tronsì e la moglie di Kossivi. Le divinità (vodù) si manifestano attraverso lei e compiono prodigi per Briyawo. La fama dello zio e di Amavi generano pettegolezzi e indivie che scatenano la gelosia di Kossivi. Sarà proprio questa gelosia a trascinare il giovane in un turbinio di peripezie che gli costeranno caro.

§ Perché leggere questo libro?

La vera domanda è: perché no? Un breve romanzo che incarna le tradizioni di un popolo antico quanto il mondo stesso. Certo, le vicende hanno luogo in Togo, ma ciò non toglie che il culto degli spiriti accomuni moltissimi paesi africani.

“La sposa degli dèi” tratta di molti temi tipici del continente:
Il timore delle divinità: I vodù sono spiriti potenti che gli uomini a cui gli uomini non devono mai mancare di rispetto; la manifestazione di fenomeni soprannaturali (Amavi che cade in trans quando gli dèi agiscono, ecc…)
L’uso di rivolgersi a guaritori: gli abitanti dei villaggi erano soliti recarsi da guaritori sperimentali (come nel caso dell’hunò Briyawo) per ottenere favori o soluzioni ai loro problemi. Questo aspetto è in netto contrasto con la società occidentale, la quale si rivolge alla scienza o a dottrine razionali.
Gli usi e la quotidianità: del resto, tutto avviene in villaggio africano, quindi non puo’ mancare la moglie che si reca al mercato e contratta il prezzo con la venditrice. Per quanto riguarda i costumi, è anche presente il rispetto per i saggi anziani e l’importanza dell’onore.
E questi sono solo alcuni degli argomenti che rimandano alle tradizioni africane. Infatti, l’intera narrativa è un biglietto di sola andata per addentrarsi in ciò che l’autore chiama “l’Africa degli antichi riti.”

§ Chi è l’autore?

Kossi Komla-Ebri nasce in Togo nel 1954. Arriva in Italia nel 1974 dove, otto anni dopo, si laurea in Medicina e Chirurgia all’Università degli studi di Bologna.
Felicemente sposato e padre di due figli, attualmente lavora presso l’Ospedale Fatebenefratelli di Erba.
E’ autore di altri libri come: Imbarazzismi (2002), Neyla (2002), Nuovi Imbarazzismi (2004) e All’incrocio dei sentieri (2003).

§ Allora, lo leggerete? Io ve lo consiglio vivamente, tanto per dare un look più tradizionale alla vostra libreria!

With love, Stefanie

L’Arte Delle Acconciature Africane

Le acconciature sono una forma d’arte che appartiene al mondo africano da secoli. Gli antichi guerrieri etiopi, ad esempio, intrecciavano i loro capelli in modo da potersi distinguere dal resto della popolazione.

Il modo di pettinarsi aveva, quindi, una rilevanza sociale elevatissima.

Esistevano acconciature adatte alla vita di tutti giorni, altre a occasioni eccezionali come matrimoni e funerali.

Tuttavia, in alcune culture, la pettinatura può significare l’età o lo stato civile di una persona. Nella tribù Igbo (Nigeria), le ragazze non ancora sposate acconciavano i capelli in modo diverso da quelle che lo erano già.

Insomma, per gli africani l’acconciatura era una questione seria.

Con il passare dei secoli, l’arte si è modernizzata sempre di più, sbarcando in Occidente con i primi afro-americani.

Dalle donne in schiavitù alle star hip-hop degli anni 90′, le acconciature africane hanno subito un’evoluzione che continua anche ai giorni nostri.

Oggi, i tipi di accociature made in Africa sono tantissimi e sempre più originali, il che rende quasi impossibile selezionare i migliori.

Ma niente paura: lascierò a voi la scelta tra queste macro-categorie.

§ Le Nattes africane o Cornrows braids

Kim Kardashian le ha battezzate “Boxer braids” (treccine da pugile), ma permettetemi di fare luce sulla loro origine.

Innanzitutto, la tecnica consiste nel intrecciare le ciocche lungo tutta l’attaccatura dei capelli, lasciando lo spazio necessario per creare il look desiderato. (gli spazi possono essere più o meno ampi, dipende dalle preferenze).

Le nattes (/nat/), dette anche cornrows in inglese, ricordano molto lo stile hip-hop di fine anni ’90 ma, in realtà, hanno radici molto più profonde.

Infatti, come detto in precedenza, nascono in Etiopia, ma alcune fonti attribuiscono questa acconciatura ai tempi degli antichi egizi.

In breve, le nattes africane esistono nella tradizione africana da secoli, prima ancora delle Kardashian.

(più immagini in Galleria)

§ I Nodi Bantu (Bantu Knots)

Se siete fan di Rihanna, questo look non vi sarà nuovo.

La cantante barbadiana ha sfoggiato l’acconciatura in diverse occasioni, facendo impazzire i social.

Ma da dove provengono i nodi Bantu?

La parola “bantu” risale a più di due secoli fa e veniva utilizzata per descrivere i popoli dell’Africa meridionale.

I nodi Bantu sono anche noti come nodi Zulu, proprio perché le donne di queste popolazioni erano solite portarli.

Al giorno d’oggi i nodi Bantu sono uno dei tanti stili protettivi per i capelli afro naturali: si arrotolano le ciocche su se stesse per proteggerne le punte.

Su, che aspettate? Ora che sapete tutto, correte a provarli!

(più immagini in Galleria qui sotto)

§ Rasta o Dreadlocks

“No woman, no cry” suona familiare? Allora è inutile dire chi sia il re indiscusso di questo stile.

Bob Marley ha reso i dreadlocks un simbolo della Jamaica e della musica reggae. Sapevate, però, che i dread non nascono nei Caraibi?

In realtà, appartengono da secoli alla cultura etiope fin dai tempi dell’imperatore Haile Selassie ( o Ras Tafarai)

Egli fu l’ultimo negus d’Etiopia fino al 1974.

Era noto per i suoi discorsi sulla pace, i quali ispirarono la canzone “War” dello stesso Bob.

Durante una visita nei Caraibi, la popolazione locale lo accolse letteralmente come un dio, tanto che per certe comunità lo considerano una divinità.

La religione che ne deriva prende nome di rastafarianismo. Questo credo è una fusione tra il cristianesimo e la figura di Ras Tafarai, ed è il fondamento della Chiesa ortodossa d’Etiopia.

I dreadlocks hanno quindi una storia antica e legata ad una cultura che unisce più popolazioni.

Le connotazioni negative che sono spesso legate a questa cultura sono molto spesso in fondate e pieni di stereotipi. Come ogni tradizione, anche quella dei dreadlocks è ricca di bellezza.

Adesso che conoscete le radici dello stile tanto amato da Bob, non ve ne siete innamorati anche voi?

(più immagini in Galleria qui sotto)

§ Box braids (Treccine)

Janet Jackson ce le ha mostrate e ora non possiamo più farne a meno.

Le box braids non sono poi così diverse dalla treccine classiche che tutte noi facevamo alle Barbie da piccole.

Partono con una base quadrata (da cui “box”, scatola) e continuano con un modo di intreccio che dia alla treccia uno spessore determinato.

Sono diventate popolari negli Stati Uniti non circa vent’anni fa, ma già conoscete la vera casa produttrice.

L’esperto in cosmesi Emon Fowler afferma che le box braids non siano poi così diverse dalle Eembuvi braids, trecce portate dalle donne della Namibia secoli fa.

E’ iinegabile che le treccine siano l’esempio pù conosciuto dell’arte dell’acconciatura africana.

Sono pratiche, versatili e danno decisamente quel glow in più al nostro look.

E voi, vi siete mai fatti fare le treccine? Oppure, avete provato uno degli altri look qua sopra?

Se sì, qual è il vostro preferito? Non esitate a lasciare un commento qua sotto!

E se avete dei consigli, dei suggerimenti per i prossimi post, sono tutta orecchie!

Mi raccomando, prima di andare, date un’occhiata alla galleria qui sotto! Chissà che non troviate l’ispirazione per un nuovo look.

With love, Stefanie

§ GALLERIA

#Moda #Bellezza #Treccine #Capelli #Storia #Beauty

7 Bellezze Naturali Dell'Africa

Il continente africano è un forziere ricco di tesori naturali inestimabili: senza la mano dell’uomo, la natura domina e adorna ogni angolo, regalandoci spettacoli da mozzare il fiato.

1. Cascate Vittoria (Victoria Falls) – Zimbabwe

Non del tutto è corretto localizzare queste meraviglie solo in Zimbabwe, dal momento che in realtà si trovano sul confine geo-politico tra Zimbabwe e Zambia. In ogni caso, le Cascate Vittoria sono un orgoglio per l’intero continente africano. Con i loro 128 metri di altezza, esse detengono il record di cascate più alte del mondo, seguite subito da quelle del Niagara.

Did you know?

Il nome fu dato dall’esploratore scozzese David Livingstone nel 1855, in onore della reggente dell’epoca, la Regina Vittoria. Tuttavia, le cascate erano precedentemente note con il nome originale Mosi-oa-Tunya, ossia il fumo che tuona.

2. Fish River Canyon – Namibia

Tutti conosciamo il Gran Canyon degli Stati Uniti d’America, ma quanti sapevano del secondo canyon più grande del pianeta?

Ebbene sì, il Fish River Canyon detiene questo record. Si trova in Namibia meridionale e da anni è una delle maggiori attrazioni turistiche del paese. L’enorme voragine ha avuto origine da movimenti tellurici, ovvero da forti scosse sismiche, e da altri agenti erosivi.

Did you know?

Il Fish River Canyon trae l’appellativo dall’omonimo fiume, il Fish River. Un tempo, esso era un’abbondante fonte d’acqua, mentre oggigiorno è secco per gran parte dell’anno.

3. Parco nazionale di Taï (Parc National de Taï) – Costa d’Avorio

Il Parco Nazionale di Tai è una ecosistema in miniatura. Non solo è una delle ultime foreste primarie e incontaminate dell’Africa Occidentale, ma è anche riconosciuto come riserva della biosfera.

In realtà, dire “in miniatura” è un grave eufemismo. Il Parco nazionale Tai si estende nella regione ovest della Costa d’Avorio (Cote d’Ivoire); ricopre una superfice di 3.300 chilometri quadrati, sommati ad una zona cuscinetto di all’incirca 200.

Did you know?

Nel 1982 il parco fu riconosciuto patrimonio dell’umanità dall’UNESCO grazie alla biodiversità del suo ambiente. Infatti, esso accoglie differenti esemplari di flora e fauna, tra cui la specie protetta degli ippopotami pigmei (nella foto – non sono adorabili?).

Ippopotami pigmei

4. Kilimanjaro – Tanzania

Alle falde del Kilimangiaro… suona familiare? Forse perché il protagonista del programma televisivo è il monte più alto del continente africano.

Il Kilimangiaro (o Kilimanjaro, in swahili) è un imponente stratovulcano in fase di quiescenza situato nel nord della Tanzania. E’ composto da tre crateri: Kibo, Mawenzi e Shira.

Il suo record si estende fuori dall’Africa: infatti, il Kilimangiaro è una delle Sette Vette più alte del mondo e il vulcano più elevato dell’intero pianeta!

Did you know?

Il suo nome, famoso in tutto il mondo, nasce dall’unione delle parole swahili Kilima (collina o piccola montagna) e Njaro (bianco o splendente). Ironico, non è vero?

Il colore bianco della sua sommità è dovuto alla presenza del perenne ghiacciao di Rebmann.

5. Route Nationale 8 (Avenue Of The Baobabs) – Madagascar

Magnifici e giganteschi baobab affiancano la Route Nationale 8, ovvero la strada che collega le due città a ovest del Madagascar, Morondava e Belon’i Tsiribihina.

Ciò che ora assomiglia ha un desolato sentiero con qualche albero qua e là, un tempo era una rigogliosa foresta di baobab. Nel corso dei secoli, la popolazione locale crebbe e le piante secolari vennero abbattute per fornire materiale e spazio per l’agricoltura.

Did you know?

Tra gli alberi di Route Nationale 8, ne esistono due molto particolari: i Baobabs Amoureux, gli innamorati. La leggenda narra che due giovani amanti, provati da un amore impossibile, fecero un voto agli dèi che, per esaudire il loro desiderio, li trasformarono in baobab. I due innamorati ora vivono per sempre felici e contenti come alberi secolari avvinghiati tra loro.

6. La Mano di Fatima o Gli Aghi di Gami – Mali

No, non si tratta del prezioso ciondolo con al centro l’occhio di Allah. La Mano di Fatima (o gli Aghi di Gami) è una formazione rocciosa in Mali, fuori dalla città di Hombori. Nelle vicinanze è anche visibile la cima più alta del paese, il monte Hombori.

Did you know?

La Mano di Fatima è una meta turistica per escursionisti e amanti delle arrampicate.

7. Riserva naturale Vallée de Mai – Arcipelago delle Seychelles

Le isole Seychelles possono essere considerate le Hawaii africane: bianche spiagge, acque limpide e cristalline, clima tropicale… Il paradiso in terra.

Il famoso arcipelago, situato a nord del Madagascar, è anche noto per la natura incontaminata che cresce rigogliosa nella Riserva naturale Vallée de Mai.

La riserva accoglie una fauna variegata, tra cui il gecho e il piccione blue. Inoltre, ospita specie vegetali come il cocco de mer, una palma nota per i suoi semi giganti.

Did you know?

La Riserva naturale Vallée de Mai è un’area protetta e dal 1983 è riconosciuta come Patrimonio dell’umanità dell’UNESCO.

.

Quanto è meraviglioso il continente africano?

E voi avete già visitato qualcuna di queste bellezze? Raccontate le vostre esperienze nei commenti qui sotto!

E se avete suggerimenti o consigli, non esitate a iscrivervi alla newsletter!

With love,Stefanie

5 Monumenti Da Visitare In Africa Oltre Alle Piramidi

1. Le Monument de la Renaissance Africaine – Dakar, Senegal

Monument de la Renaissance Africaine, 2010, Dakar

Alta 49 metri, la statua di bronzo è situata sulle Collines des Mamelles, sulle sponde dell’Oceano Atlantico.L’immensa scultura fu progettata nel 2006 dall’architetto senegalese Pierre Goudiably, sotto gli ordini del presidente all’ora in carica, Abdoulaye Wade. L’opera venne ultimata da una compagnia nord-coreana nel 2010 e inaugurata il 4 aprile dello stesso anno in onore del 50° anniversario dell’indipendenza del paese.

2. Basilica Notre-Dame de la Paix– Yamoussoukro, Costa D’Avorio

La chiesa più grande del mondo, seguita dalla basilica di San Pietro a Roma, si trova nella capitale ivoriana. Fu costruita tra il 1985 e il 1989 e consacrata da papa Giovanni Paolo II nel 1990. Oltre ad essere un simbolo del cristianesimo, la basilica è anche un memorial in onore del Presidente Houphouët-Boigny (1960-1993).

3. La Grande Moschea Hassan II – Casablanca, Marocco

L’architettura fu costruita nel 1986 su commisione del re Hassan II (1961-1999). Naque inizialmente come mausoleo in onore della morte del sovrano predecessore, re Mohammed V. La sua inaugurazione venne celebrata il 30 agosto 1993, alla vigiglia dell’anniversario della nascita del Profeta. Attualmente è la 13° moschea più grande al mondo.

4. La Chiesa di St. George o Bete Giyorgis – Lalibela, Ethiopia

Considerata l’ottava meraviglia del mondo, Bete Giyorgis appartiene alla undici chiese delle monolitiche della regione Amhara. Venne scolpita da una roccia vulcanica tra il XII e il XIII secolo d.C. durante il regno di Gebre Mesqel Lalibela. La chiesa è un sito di pellegrinaggio per i membri della Chiesa Ortodossa Etiope Tewahedo.

5. Grande Zimbabwe – Altopiano di Harare, Zimbabwe

Grande Zimbabwe è il nome attriibuito alle rovine di una antica città del impero di Monomotapa. La civiltà visse nella zona tra Mozambico e Zimbabwe sul tramontare dell’Età del Ferro. Le rovine rappresentano il più importante monumento del paese e furono dichiarate Patrimonio dell’UNESCO nel 1986.

Conoscete altre opere d’arte originarie dell’Africa? Se sì, non esitate a scriverci nei commenti! E se ci sono altre curiosità che vorreste vedere sul nostro blog, iscrivevi alla nostra newsletter!

With love,Stefanie